LA MIA ESPERIENZA CON IL COUNSELING E IL CONVIVIUM



Anche se il mio approccio con il counseling non è stato privo di riserve e pregiudizi, in gran parte dovuti alla mia precedente esperienza fortemente negativa con la psicoterapia, le sue premesse teoriche, enunciate nelle prime lezioni, si avvicinavano fortemente a quello che era il mio modo di intendere la spiritualità. Essendo stato influenzato dalla filosofia orientale, e in particolare dallo zen, sono stato attratto e in qualche modo preoccupato dall'assunto secondo il quale il counselor nel relazionarsi col cliente ha il compito di sospendere il giudizio e dare all'altro un ascolto totale, una presenza piena di se stesso, priva di qualsiasi sfumatura dell'ego. Comprendevo che questa forma di ascolto e presenza prive di ego erano molto simili a quelle che si ricercano (e avevo ricercato senza molto successo) nella meditazione profonda e pertanto mi rendevo conto di quanto potesse essere difficile da applicare sebbene il counselor dovesse farlo solo per la durata della seduta. Sapevo che il mio ego era un grosso ostacolo e supponevo che una tale disciplina di sé stessi non poteva essere appresa leggendo dei libri o facendo un seminario ma che doveva entrare a far parte di me stesso completamente, doveva divenire a tutti gli effetti “un modo di essere” altrimenti sarebbe equivalso a recitare. La formazione ricevuta al convivium, specialmente nei gruppi di incontro, mi ha fornito tuttavia un'ampia palestra per l'esercizio di questa capacità e questo mi è sembrato drammaticamente vero nei periodi di tempo in cui non mi sentivo in sintonia col gruppo o ero in completo disaccordo o, peggio ancora, provavo antipatia per alcune persone e quello che dicevano. Mi chiedevo continuamente “che cosa farei se mi si dovesse presentare un cliente col quale non sarò d'accordo? Sarò in grado di sospendere il giudizio? Sarò in grado di fidarmi della sua tendenza attualizzante? Come farò se non ci riesco adesso? “ Le risposte a queste domande sono arrivate a piccole dosi nel corso di questi tre anni. All'inizio ho dovuto fare i conti col mio orgoglio, il mio senso di superiorità e anche la mia insicurezza di fondo. Tutto questo materiale, parzialmente sommerso, era difatti l'ostacolo principale fra me e le persone che avevo davanti, quell'ostacolo che mi faceva vedere e sentire tutto fuorché le persone stesse. Poi ho dovuto confrontarmi con le mie ansie da prestazione. Volevo definirmi un terapeuta, uno che aiuta gli altri e che possibilmente risolve i loro problemi, ma fortunatamente mi sono presto scontrato con il fatto che un counselor non aiuta nessuno, non può e non dovrebbe mai mettersi in testa di farlo. Il counseling mi ha fatto scoprire quella meravigliosa proprietà dell'essere umano chiamata “tendenza attualizzante” che è l'unica artefice vera della soluzione dei problemi di una persona (e non il terapeuta come mi piaceva pensare precedentemente). Ho visto questa forza in azione, testimoniata dal cambiamento di molti dei miei colleghi del gruppo, dal mio stesso cambiamento nei loro confronti e dall'evoluzione (con risvolti spesso inimmaginabili) delle vite di persone con le quali ho mosso i primi passi in veste di counselor. Ho imparato, vivendolo, che ogni persona è diversa e che lo è in ogni momento. Che se si è totalmente presenti e si impara l'arte di ascoltare veramente, togliendosi di mezzo, si prova un senso di totale partecipazione il quale, anche nelle situazioni più pesanti e negative, diventa un vero e proprio modo di amare l'altro per quello che è. Ho scoperto così che l'altro è sempre nuovo, sempre diverso e che il dare per scontato aspetti degli altri esseri umani è un veleno che uccide la vera comunicazione. Ho scoperto che moltissime persone che chiedono una seduta di counseling non vogliono 'consigli', insegnamenti spirituali, non vogliono soluzioni o istruzioni su come fare per uscire da un determinato problema, vogliono solo che qualcuno le ascolti e che nel farlo non abbia parametri di giudizio. Ho scoperto quanto l'ascolto e l'accettazione possano portare più pace, serenità e calore del migliore dei consigli e del più illuminato dei maestri. Inoltre ho dovuto faticare per accettare che ogni persona è diversa dall'altra, nonostante a volte sembra che noi tutti combattiamo battaglie simili, ogni persona è un universo di piccole, uniche caratteristiche che mi hanno obbligato a esserne testimone silenzioso per non perderle per strada. Ho dovuto smettere di dire 'ti capisco' e non è stato un facile sacrificio. In ogni seduta di counseling ho cercato di premere un tasto di reset e cancellare ogni nozione che potevo avere sulla persona che avevo davanti, anche se non era la prima volta che la vedevo e solo facendo così ho potuto affrontare ogni seduta senza l'illusione di essere 'bravo' o 'meglio di', ma anche in questo sono ben lungi dall'essere perfetto. Ho cercato di imparare a mettere in pratica questi insegnamenti nella mia vita quotidiana, scoprendo quanto sia facile in alcuni momenti e con alcune situazioni e quanto sia difficile in altre, specialmente con le persone che amo, e l'ascolto profondo è diventata una delle attitudini che ho cercato maggiormente (e a volte maldestramente) di coltivare. Ora mi trovo alla fine di questa esperienza e la percezione rispetto al mio obiettivo di diventare un counselor è che probabilmente non potrò mai mettere la parola fine al mio periodo di formazione. Non potrò mai dire di aver padroneggiato appieno l'arte di ascoltare chiunque mi si presenti davanti, non potrò mai essere sicuro di poter essere efficace in qualunque relazione di aiuto. Quello che ho acquisito da questa esperienza è che, quando riesco a entrare nell'ordine di idee che io debbo solo accompagnare l'altra persona dove lei stessa vuole andare, accade qualcosa di magico, qualcosa che non è sotto il mio controllo, qualcosa che mi piace definire come amore incondizionato in azione, e dal momento in cui ho capito che non c'è nulla che devo realmente fare per il cliente, dal momento in cui mi sono sentito sollevato dall'incarico di guarire, guidare, consigliare, aiutare, dirigere qualcuno, ho compreso quanto la relazione di counseling possa fare per me stesso e per l'umanità.

L'unica ambizione o sogno che mi propongo in questo cammino è di portare questa nuova consapevolezza al maggior numero di persone possibile, e nel maggior numero di contesti affinché chiunque possa imparare, come ho imparato io, a rispettare e onorare la complessità e l'unicità di ogni essere umano.

(Andrea Panatta).